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Appunti dall'infinito
venerdì, 21 luglio 2006

Jezael - Un incontro con un Essere Celeste

Domande, risposte, percorsi per aiutarci a vivere.

Questo blog è stato aggiornato dal Cerchio dell'Infinito il 13 dicembre 2009.
I post partono dal primo scritto con Jezael e in basso trovate l'indice degli argomenti.
Jezael è a disposizione di chi voglia porre delle domande. Al termine dell'indice si trovano le indicazioni per il contatto.
 
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     *  Indice dei temi trattati *

I post che si trovano in questo blog sono frutto di temi sviluppati nel gruppo di studio "Il Cerchio dell'Infinito".
"A" è un allievo del gruppo e "J" è Jezael, una creatura celeste, un maestro di vita. Jezael rappresenta anche il Sé Superiore, ovvero il collegamento con la nostra Coscienza Superiore, che si apre a noi nella misura in cui ci liberiamo da tutti gli orpelli che la nascondono.
Potete vedere J come un "maestro interiore" che risponde dalla parte più elevata della coscienza di chi lo interroga.

Buon cammino!


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I modi per porre domande a Jezael sono i seguenti:
- scrivere un'email a: jezael.creaturaceleste@gmail.com;
- lasciare un commento a uno dei post di questo blog (cliccare su "commenti" alla fine del post e scrivere la propria domanda, firmandosi in qualche modo per consentire di sapere a chi riferire la risposta);
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Quanto scrive Jezael è di tutti ed è gratuito. Proprio perché Jezael offre un servizio all'umanità rispondendo a domande di chi soffre un disagio, è giusto che quando si citano le sue parole, si dia modo a chi legge di sapere a chi può rivolgersi se è in difficoltà.
Chi intendesse tradurre il materiale in altra lingua è pregato di prendendere contatto con Jezael e il Cerchio dell'Infinito, per concordare e coordinare il lavoro.

postato da: creaturaceleste alle ore 01:47 | link | commenti (18)
categorie: indice

Jez0001 - Angeli

A: Tu sei una Creatura Celeste, siamo entrati in comunicazione con te attraverso la scrittura angelica, ci puoi parlare di te, degli angeli, del compito che abbiamo insieme?

J: Sì. Dal momento in cui il vostro gruppo di studi si è messo in comunicazione con un "Essere Celeste", io sono stato affidato a voi. Il mio nome è Jezael e mi è stato affidato il compito di guidare questo gruppo di studi, che chiameremo "Il Cerchio dell'Infinito", rispondendo alle vostre domande. Il vostro compito (compito che avete scelto voi prima di venire sulla Terra) è di diffondere, ora, tramite lo strumento Internet, le mie risposte. Io mi collegherò con il pensiero di chi scrive, semplicemente ispirandolo. Qualcuno del gruppo riporterà quanto scritto in questo Blog. Chiunque vorrà scrivere commenti sarà ben accolto, a chiunque farà domande sarà risposto.
E' un Blog di "servizio" per aiutare chi lo legge a vivere.
Non ha altro scopo. Ogni cosa che scriverete sarà suggerita tramite il pensiero telepatico da me a chi scrive. Jezael è un Essere Celeste, un Angelo.

Ci puoi parlare degli Angeli?


J: Il termine "Angelo" deriva dal greco Angelos che significa messaggero; si considera infatti questo Essere spirituale il messaggero di un certo numero di istruzioni che concernono la nostra natura più profonda e la nostra evoluzione, che ci permettono di crescere ed ottenere una maggiore armonia interiore.

A: Come comunicano con noi gli Angeli?

J: Gli angeli entrano nella vita di tutti in svariati modi. Alcune persone li incontrano direttamente, di persona o durante visioni e sogni. Altre hanno percepito la loro delicata presenza, o li hanno uditi parlare o cantare. Altre ancora li hanno vissuti come muse ispiratrici della loro creatività, altre scrivono con loro al computer o su quaderni. Oggi ci troviamo a vivere un grande cambiamento vibrazionale. Questa è un'epoca che porterà grandi novità dal punto di vista spirituale. Da un lato, sembriamo vivere una situazione di disastro globale, dall'altro esiste la potenzialità della più bella trasformazione spirituale che la nostra specie abbia mai visto. La situazione attuale sembra vivere un disequilibrio, ma allo stesso tempo l'umanità sta unendosi, aprendosi, si sta facendo più sensibile, attenta ed evoluta.
In questo momento di accelerazione planetaria, l'umanità si sta rinnovando. Un contatto con gli Angeli, il quale un tempo richiedeva anni di dedizione e meditazioni, è ora disponibile a tutti coloro i quali lo ricercano, poiché gli Angeli sono più vicini, e disponibili a lavorare al nostro fianco, di quanto non siano mai stati per migliaia di anni.
Gli Angeli stanno acquisendo una crescente importanza nella vita di molte persone, e tutti recano lo stesso messaggio: è ora di cambiare, di crescere, di risanare le nostre vite e la nostra amata Terra. E gli Angeli attualmente non si stanno mettendo in contatto solo con persone fuori dall'ordinario, in segreto: lo fanno apertamente, con gioia, recando allegria e buone nuove a tutti coloro che semplicemente decidono di 'alzare' il loro livello vibrazionale, abbandonando il loro pesi e i loro blocchi per ... volare con gli Angeli.

A: Si può dialogare con gli Angeli?

J: Sì, è proprio quello che ora stiamo facendo noi. Non ci sono "eletti". Per dialogare con gli Angeli occorre però mettersi a disposizione del prossimo (compito già deciso prima di nascere o, attraverso il libero arbitrio anche in questa vita) e decidere di lavorare su se stessi per evolversi spiritualmente.

A: Ma gli Angeli si vedono proprio?

J: Alcuni possono vederli, ma tutti possono "percepirli" interiormente.

A: Che cosa si può dire agli Angeli?

J: Qualsiasi cosa. Gli Angeli sono creature di raccordo tra l'uomo e la Divinità: si può parlare loro dei nostri problemi, delle nostre gioie, chiedere salute per noi e per chi ci sta vicino, ascoltare il loro messaggio di pace e armonia. O semplicemente si può stare con loro e sentirsi meno soli.

A: Gli Angeli possono predire il nostro futuro?

J: Anche se alcuni Angeli possono "vedere" il nostro futuro, essi non interferiscono mai con il nostro libero arbitrio, quindi non daranno notizie riguardante il futuro nostro o di altre persone. Possono con molta discrezione suggerire la calma, la distensione, la pace e far sì che siamo noi stessi a lavorare alla nostra crescita personale.

A: Quali "poteri" hanno gli Angeli?

J: Gli Angeli possono fare tutto ma solo su richiesta, non possono agire sul libero arbitrio individuale, quindi se non sono "chiamati" non intervengono se non per salvare la vita in caso non fosse quello il momento "giusto" per lasciare la Terra. Gli Angeli non interferiscono con il karma individuale anche se possono aiutare a comprenderlo e a sanarlo.
 
A: Come avviene il contatto angelico?

J: Un brivido, un calore, un leggero soffio sulle guance, una leggera carezza sul collo o sulle spalle, un formicolio.

A: Qual è la funzione dell'angelo-custode (compagno)?

J: Protegge dai pericoli di vita, dai cattivi pensieri, dà appoggio nella solitudine, condivide con il suo assistito la gioia, aiuta a sviluppare creativamente i nostri sensi.

A: Cosa fare per comunicare con gli Angeli?

J: Come prima cosa occorre "alleggerirsi" dei nostri pesi quotidiani, quindi rilassarsi, eliminare i cattivi pensieri, i rancori, la rabbia, il desiderio di vendetta, ecc.
Gli Angeli non possono scendere più di tanto, siamo noi a dover salire verso di loro. Un mezzo per comunicare con gli Angeli è la scrittura, ma non si parla di "scrittura automatica", la comunicazione con gli Angeli avviene attraverso il pensiero, l'ispirazione. Gli Angeli non si "impossessano" dei corpi, loro comunicano telepaticamente, ispirando, suggerendo, così come avviene ad un poeta o ad uno scrittore quando scrive sotto l'impulso della musa ispiratrice. Un altro mezzo per comunicare con gli Angeli è "ascoltando il silenzio" e sentendo le sensazioni interiori di gioia e di pace che, come cerchi, si diffondono all'interno. Un altro mezzo di comunicazione angelica è la meditazione, oppure la musica.
Se si usa il PC occorre aprire un file angelico, e usarlo solo per quelle comunicazioni e quindi scrivere la domanda e attendere che alla mente giunga la risposta, scrivendo letteralmente tutto ciò che in quel momento passa per la mente. Se si scrive su un quaderno occorre usarlo solo per le comunicazioni angeliche.

A: Come si fa a riconoscere la "scrittura angelica" dalla "scrittura automatica"?

J: La scrittura con gli Angeli può essere interrotta in qualunque momento e la mano non viene guidata, siamo noi stessi a scrivere in maniera diciamo "ispirata".
La comunicazione angelica può essere dolce, poetica, a volte vengono alla mente filastrocche, a volte battute umoristiche, a volte piccoli pensieri positivi, oppure collegamenti a fiori, musiche, paesaggi, o ancora colori, disegni. Altre volte ancora arrivano insegnamenti di vita. L'Angelo non dà mai ordini, non dice cosa devi o non devi fare, consiglia, suggerisce ma non impone, non dà indicazioni sul futuro, non dà giudizi su altre persone.

postato da: creaturaceleste alle ore 02:00 | link | commenti (21)
categorie: angeli
mercoledì, 26 luglio 2006

Jez0002 - La fiducia

J: Di quale argomento volete discutere? Avete preferenze?

A: Noi preferiremmo che fossi tu a parlarci di qualche argomento. Poi potrebbero venirci domande o temi strada facendo.

J: Vi parlerò della Fiducia. Mi sembra un argomento che può interessarvi.
La fiducia è un sentimento che parte dall’interiorità e che permette all’essere umano di rapportarsi agli altri esseri umani con serenità, creando rapporti duraturi e piacevoli. La fiducia implica però due punti sostanziali: la accettazione di sé e degli altri.
L’accettazione di sé implica dare una stima e un valore a ciò che si è. L’accettazione degli altri implica dare stima e valore alla vera essenza altrui.
La fiducia è un sentimento che è interno a noi, è parte della nostra interiorità, della nostra essenza profonda. E’ un qualcosa che ci portiamo già al momento della nascita, non si acquisisce dopo, è già insita in noi.
La fiducia è un moto dell’anima che dipende da fattori che vanno oltre quelli dati da educazione e da contesti momentanei.
Nasciamo “fiduciosi” e con “fede”. Poi, dal momento del nostro venire alla luce, accadono già gli eventi che ci segneranno rispetto a questo sentimento interiore. Ma quegli stessi eventi li abbiamo già “predestinati" noi attraverso il comportamento tenuto nella vita precedente. Se, ad esempio, abbiamo tradito la fiducia altrui, dobbiamo creare le situazioni che ci porteranno a fare i conti con la fiducia. Niente di più e niente di meno della legge karmica.
Il bambino ha “istintivamente” fiducia, ma se l’adulto, da cui dipende in pieno lo lascia cadere o lo picchia o lo sevizia… questa fiducia viene mortificata e da lì in avanti dovrà fare i conti con se stesso e con gli altri per ricostruirla. Perché, se non ricostruirà per lo meno la fiducia in se stesso, non potrà sopravvivere.
L’animo può così sviluppare un senso di fiducia, oppure un senso di sfiducia.
Il punto fondamentale però nell’interazione degli esseri umani è che senza fiducia non ci possono essere rapporti.
Senza fiducia in se stessi non ci può essere azione, senza fiducia nell’altro non ci può essere interazione.
Quindi, anche se la fiducia per un qualche motivo dovesse essere carente o addirittura venire meno, occorre fare in modo che si rafforzi o che “rinasca”.
Come fare a rafforzare o a far rinascere la fiducia?
Rafforzando il proprio senso di sé, rafforzando la propria immagine collegata all’immagine divina.
Se vediamo in noi e nell’altro un’immagine divina, possiamo fidarci.
Alla fiducia sono collegati diversi altri sentimenti che influenzeranno tutto il percorso della vita dell’essere  umano: il rancore, la vendetta, la rabbia, la paura, così come all’opposto la serenità, la tranquillità, la pace.

A: Ci sono casi in cui la fiducia può non essere data? O ci sono casi in cui la fiducia può essere tolta? La fiducia può essere illimitata?

J: la fiducia interiore deve e può essere illimitata.
La fiducia verso un altro essere umano può essere data, tolta, ridata, ricostruita
L’essere umano di per sé tende a sbagliare. L’essere umano in sé commette atti di sfiducia.
Se il mondo fosse quell’ideale al quale prima o poi tutti tenderemo, la fiducia sarebbe alla base di tutto. Fiducia = fede.
La fede implica il credere, il credere implica che vi sia una giustizia universale al di sopra dell’essere umano.
Ad esempio in un rapporto amoroso la fiducia è basilare. La fede è basilare.
Senza fiducia non potreste vivere insieme.
In un rapporto esterno al rapporto di coppia la fiducia va data come fase iniziale, ma va anche praticata un’osservazione propria e dell’altro. Se ci si accorge che il proprio comportamento è sfiduciato o verso l’altro o verso noi stessi va applicata una correzione adatta.
Non tutti gli esseri umani sono degni di fiducia, ma almeno inizialmente sì.
Ovvero “Ho fede nelle tue potenzialità di risveglio e di illuminazione. Ho fiducia che prima o poi anche tu dovrai risvegliarti". Questo è l’atteggiamento giusto da tenere nei confronti propri e altrui, anche quando la fiducia viene tradita.
Ci si può allontanare dal fuoco, ma il fuoco in sé non è dannoso, può bruciare, ma può scaldare.
Posso allontanarmi da chi ha tradito la mia fiducia e allo stesso tempo avere “fede” perché l’altro prima o poi si risveglierà.
Ho chiarito il concetto?

A: “Fiducia interiore” cosa vuol dire?

J: Vuol dire quella che ognuno ha verso se stesso. All’interno di ognuno di noi c’è una vocina che ci dice cose. Quella vocina che tu ora ad esempio stai ascoltando…
La fiducia interiore è la capacità di avere fede in se stessi a livello profondo, ovvero il collegamento all’essenza divina.
Ecco perché ho detto prima che la fiducia è uno dei “doni” che ci dà il divino.

A: Cosa intendi per “essenza profonda”?

J: Quella che ci collega a Dio. La “voce interiore”, il filo che ci collega a Dio.

A: Ci interessava sapere quali sono gli altri “doni”.

J: Gli altri doni potrebbero essere gli argomenti delle prossime domande.
Comunque vi accenno a quali sono:
  • Amore;
  • Luce interiore (capacità di vedere);
  • Bellezza;
  • Musica;
  • Armonia
E ce ne sono tanti altri, ma li scopriremo strada facendo.

postato da: creaturaceleste alle ore 23:14 | link | commenti (6)
categorie: fiducia
venerdì, 28 luglio 2006

Jez0003 - Fragilità e amore impossibile

A: Un lettore ci ha scritto di essersi innamorato perdutamente di una ragazza già fidanzata che sembra non corrisponderlo. Lui, cristiano praticante, vede in questa passione la sua fragilità di uomo.

J: l’uomo non è fragile, in quanto creatura in sé divina non ha alcuna fragilità, ma la potenza di chi è un essere perfetto. La fragilità giunge quando l’uomo dimentica chi è, quando l’uomo scende nella materia al punto da non conoscere più la sua natura e il suo compito.
Se fragilità vuol dire capacità di soffrire, in questo caso l’uomo può definirsi fragile, ma la scelta della sofferenza è nuovamente una sua scelta. Quando ci si innamora perdutamente di un sogno non ci si può definire “fragili”, ma semplicemente sognatori. Una donna o un uomo che hanno un impegno di fidanzamento non sono sposati, non hanno ancora fatto una promessa definitiva e se incontrano l’uomo o la donna con cui possono costruire o portare avanti un compito e con affinità maggiori rispetto a quelle dell’attuale promesso sposo o promessa sposa, possono ancora fare una scelta di cambiamento.
Se questa scelta non viene fatta è perché non ci sono le premesse per farla.
Chi si intestardisce in un amore, ma non è ricambiato non può dirsi fragile, ma idealista e portato a rendere irreale la realtà.
Come fare per uscire da un’ossessione? Semplicemente smettendo di darle importanza. Non esiste la donna o l’uomo “ideale” della quale o del quale non si possa fare a meno, non esistono le passioni se non solo nella mente di chi le cerca.
Non è importante che si sia o meno un buon cristiano o un uomo di chiesa, ciò che conta è perché ci si è fatti distogliere la mente e il cuore in una maniera così esagerata.
Non è fragilità, è una costruzione mentale di un amore impossibile. Se questo amore dovesse diventare reale e tangibile si esaurirebbe nel giro di poco tempo perché non supportato da fatti concreti e reali e da volontà di costruire.
L’amore deve essere reciproco, non si può tenere accesa una candela soffiandovi sopra. Se una donna o un uomo non risponde all’amore è perché a sua volta non ama. Quando c’è amore ci deve essere reciprocità. Non si ama una donna o un uomo da soli. Se l’amore non è ricambiato è solo un’illusione.

postato da: creaturaceleste alle ore 00:40 | link | commenti (11)
categorie: amore

Jez0004 - L'amicizia

A: Ci parli dell'amicizia?

J: Inizierò a parlarvi dell’amicizia, anche se torneremo sull’argomento più volte.
L’amicizia è il mezzo che permette agli uomini di essere come “angeli”. Perché l’amicizia possa definirsi tale infatti i due componenti devono essere asessuati e liberi e completamente fuori da giudizi e pregiudizi, da attese e da attaccamenti.
Questa è la vera amicizia: incontro di due anime che hanno lo scopo di aiutarsi a crescere scambiando le loro affinità affinché tra loro si crei uno specchio. Nell’amico specchio me stesso e nello specchiarmi in lui/lei io mi vedo.
Questo è l’unico modo di vivere il rapporto più bello tra gli esseri umani.
Per questo l’amicizia è il rapporto più raro e difficile che vi sia.

Come nasce un’amicizia?
Un’amicizia nasce per affinità. Proprio perché nell’amico mi devo specchiare e vedere me stesso. Queste affinità possono essere di vario genere: fisiche (ci sono amici che si assomigliano fisicamente), intellettuali, spirituali, materiali.
Un presupposto perché si possa intraprendere la conoscenza che nel tempo diverrà amicizia è che non vi siano in alcun modo interessi sessuali.
L’amico è “santo” è senza sesso, l’amicizia è una relazione angelica, anzi è “la relazione angelica” per eccellenza.
Purtroppo l’essere umano non riesce con facilità a provare questo sentimento uscendo dalla materia, per cui se l’amicizia è tra un uomo e una donna o a volte anche tra donne o tra uomini, diventa amore o un surrogato di questo. Un ibrido. Infatti l’amicizia nasce anche tra persone che possono essere impegnate o tra persone che apparentemente sono libere, ma dentro non lo sono (coppie che si sono divise). Nella maggioranza dei casi il desiderio di affetto, la voglia di uscire da una condizione di solitudine, o persino il desiderio di vendetta verso il partner precedente, o il doversi dimostrare di piacere, fa sì che l’amicizia si trasformi in una richiesta di amore non amichevole, ma di coppia. Ed è in questo caso che si creano rapporti karmici difficili e situazioni che con l’amicizia non hanno nulla a che fare.
L’amicizia vi è anche nella relazione di coppia, non nasce come amicizia solamente, ma come attrazione anche sessuale e in questo caso la coppia non è affine, ma complementare. L’uno ha ciò che manca all’altra come capacità, talenti e i due insieme si integrano.
Una coppia si integra, mentre due amici si uniscono per affinità. E’ chiaro che anche una coppia avrà affinità, ma non sono prevalenti come le complementarietà.
Infatti la coppia cresce attraverso le differenze e sta insieme volentieri attraverso le affinità. Nell’amicizia ci sono solo affinità perché duri nel tempo, e attraverso quello che vedo nell’amico io vedo come sono io.
Questi sono rapporti importanti e fondamentali nella vita di un essere umano, ecco perché di amici nella vita di un uomo/donna non ce ne sono molti, anzi, di fatto sono pochi. Conoscersi e specchiarsi richiede molta energia, senza contare quando subentrano cose che con l’amicizia non hanno nulla a che fare. Unirsi in coppia, paradossalmente, richiede meno energia.
Avete domande?

A: Cosa intendi per “affinità fisiche, intellettuali, spirituali e materiali”. In che senso tra gli amici c’è solo affinità?

J: Per affinità fisiche intendo affinità propriamente del corpo, ovvero voglia di fare attività fisiche insieme. In questo caso trovate amici per sport, per camminate, per nuoto, per palestra, ovvero le attività che riguardano il corpo. A volte dicevo, gli amici (non necessariamente quelli che fanno affinità fisiche insieme, ma anche altri) si assomigliano addirittura.
Per affinità intellettuali intendo amici che si incontrano per svolgere insieme attività che occupano l’intelletto, oppure attività nel campo della creatività (libri, cinema, ecc.).
Per affinità spirituali intendo quelle che riguardano l’anima, come amici che condividono un percorso spirituale, di una religione, di una chiesa, di una meditazione, ecc.
Per affinità materiali intendo tutte quelle attività che concernono la materia: acquisto di abiti, gite, moda o riviste, immagini pubbliche.

A: Con "immagini pubbliche" intendi dire ciò che riguarda l’apparenza, la mondanità?

J: Sì, l’apparenza e l’immagine. Ci sono amici che condividono questo genere di affinità e niente altro. Usano la moda, e l’immagine per essere vicini.

Affinità: ho già spiegato prima, gli amici si attraggono proprio per le affinità, ciò non significa che vadano sempre d’accordo. Ma a metterli insieme è una o più affinità, non una o più complementarietà, come invece accade alle coppie.
All’amico non importa avere ciò che manca all’altro, ma specchiarsi nell’altro. Questo è lo scopo dell’amicizia: lo specchio per vedersi.
La complementarietà nell’amicizia richiede un dispendio di energia non utile all’amicizia stessa, che non nasce per questo genere di scambio.
L’affinità, oltre ad attirare gli amici, permette a questi di avere interessi che nel tempo danno loro la voglia di stare insieme.
L’amicizia che ha molte affinità prosegue per più tempo e se le affinità riguardano i vari ambiti, fisico, intellettuale, spirituale e anche materiale dura per sempre. Se gli ambiti di affinità sono pochi e gli amici cambiano interessi, l’amicizia termina.
L’amicizia dura fino a quando io devo vedere dei miei aspetti e devo correggerli. Una volta che questi aspetti sono corretti o superati, l’amicizia può anche terminare.
Nella coppia invece l’integrazione delle complementarietà serve a portare avanti un compito che richiede proprio le diversità per poter essere portato a termine. Questo vale anche se il compito è crescere figli.

A: A proposito di quanto è stato detto sull’amicizia o sulla coppia, che rapporto c’è tra: incontri, energia, relazioni?

J: Gli incontri nella vita di un essere umano sono diversi e se questi ha una buona socievolezza possono essere innumerevoli. Non tutti gli incontri sono potenziali amicizie o potenziali rapporti di coppia.
Sia l’amicizia che il rapporto di coppia hanno caratteristiche loro e ben definite.
Alcune amicizie si possono definire "trasversali", ovvero fanno da specchio per aiutare a capire meglio il proprio partner.
Una conoscenza non è detto che diventi una amicizia, anzi è molto raro che avvenga. Di amicizie che si possano definire tali perché hanno raggiunto una profondità tale da essere uno specchio ce ne sono veramente poche.
Non basta avere affinità occorre che le affinità generino profondità e confronto per poter divenire specchio di crescita per ambedue. Il resto sono conoscenze e il più delle volte tali conoscenze che non porteranno ad amicizia creano solo un dispendio di energie che è inutile.
Le amicizie sono come l’amore, sono sante.
Anche le conoscenze sono importanti e utili per le relazioni umane, e ogni conoscenza è sempre una relazione santa, ma non va approfondita inutilmente se non diventa utile alla crescita. È solo un dispendio di energie inutile.
Ricordate che il fine dell’essere umano è l’evoluzione?
Tutto deve partire e arrivare a questo punto.
Ci sono momenti in cui ci freniamo e persone che ci frenano. Anche questo fa parte del gioco della vita, come ombra e luce. Ma una volta riconosciuto, non permettiamoci più di rimanere fermi o di farci succhiare energia.

A: Hai detto che gli amici sono pochi e hai parlato di amicizie “trasversali”. Cosa intendi dire?

J: Le amicizie sono poche perché un vero rapporto di amicizia in cui ambedue sono consapevoli di stare lavorando per la reciproca crescita è raro. Quando accade, il lavoro di crescita va molto avanti e i risultati si vedono presto, ci sono dei cambiamenti nei comportamenti dei due amici e la loro vita ne giova. Ma tuttavia questo lavoro richiede una grande energia da impiegarvi e anche diverso tempo. Ecco perché non è possibile farlo contemporaneamente con più amici per volta. Capite?

Le amicizie trasversali servono anche alla coppia per vedere nell’amico le affinità che questi ha con il proprio partner. Non è la stessa cosa che avere affinità direttamente, ma è ugualmente un motivo di crescita e di amicizia.
Quindi “trasversali” vuol dire che non hai lavorato o non stai lavorando alla tua crescita specchiandoti nell’altro e viceversa, ma stai lavorando per capire il tuo partner e di conseguenza te stessa/o attraverso le affinità di questi con un tuo amico. Così facendo conosci l’amico e il partner, ma quando questo lavoro è terminato l’amicizia non serve più e rimane una conoscenza, una conoscenza approfondita, ma senza il legame dell’amicizia.
Una coppia può scambiarsi amicizie, non c’è nulla di male in questo, può conoscersi come coppia anche attraverso altre coppie o altri amici.
Ma attenzione che di amici ce ne saranno sempre pochi in giro. Non più di uno per volta con cui lavorare alla crescita reciproca. Il resto è solo conoscenza.
Ripeto, per amicizia intendo quando il lavoro di crescita e di specchio è consapevole da entrambe le parti, quando non vi è alcun interesse sessuale, o di altro genere.
L’amicizia tra un uomo e una donna è molto difficile, proprio perché trattandosi di sessi diversi, a meno che non vi siano situazioni al di sopra di ogni sospetto, subentrerebbero altre aspettative che guastano il rapporto e gli impediscono di progredire.
Ciò non significa che non possa esistere l’amicizia uomo-donna. Ma in questi casi non vi è affatto un interesse sessuale, non vi è solitudine e il bisogno di affetto di entrambi è totalmente puro e libero da equivoci. Solo in questo caso può esservi un’amicizia tra uomo e donna. Se subentra un desiderio non è più possibile, e continuare il rapporto risulta uno spreco di energie e non è utile.
Le conoscenze sono utili per i rapporti sociali, ma sempre che apportino un qualche contenuto che non abbiamo e che possiamo poi approfondire anche per nostro conto. Una conoscenza non serve frequentarla per lungo tempo, può essere vista o sentita ogni tanto se è il caso, o anche vista o sentita poche volte e poi chiusa.

postato da: creaturaceleste alle ore 01:04 | link | commenti
categorie: amicizia
domenica, 30 luglio 2006

Jez0005 - La guerra, la pace, la consapevolezza

A: Oggi vorremmo affrontare un tema corrente, è possibile?

J: Certo. Vi parlerò della guerra in Libano. Un guerra non è mai diversa da un’altra anche se apparentemente gli interessi sembrano essere diversi. La guerra che da anni affligge Palestinesi e Israeliani ha origini in tempi molto antichi. Ma per quanto ci possa essere un percorso karmico in tutto questo, l’analisi sta sempre nell’incapacità dell’uomo a veder l’altro come fratello. Si tratta di uomini che stanno condividendo una terra, si tratta di uomini e donne che hanno calpestato lo stesso suolo. Si tratta di chi respira la stessa aria, ma c’è un ma... Il “ma” sta nel fatto che in nome di una religione si dimentica la vera natura divina dell’altro e la nostra stessa. Non importa se il Libano attacca Israele per primo o se è Israele ad attaccare e bombardare, ciò che conta è che ambedue le fazioni combattono in nome di un dio che non esiste. Il dio in nome del quale stanno combattendo non è di certo lo stesso che li ha creati. Dietro interessi personali si calano interessi religiosi, dietro la paura si cela il non riconoscersi più come fratelli, figli di uno stesso Padre.
Quando l’odio prevale sull’amore, nei popoli che combattono si crea solidarietà e paradossalmente la guerra serve anche a questo: ad unire un popolo. L’odio tra nazioni unisce popoli che sarebbero altrimenti molto divisi dai loro affari e dai loro interessi. Se questi popoli riuscissero a trasformare questa solidarietà (uniti per combattere lo stesso nemico) in solidarietà fraterna tra i popoli in contrasto, la guerra non avrebbe bisogno di esistere.
Dovete sapere che anche all’interno di una religione ci sono forti contrasti, c’è il fondamentalista, c’è il non praticante, c’è chi cerca la religione come droga per dimenticare gli affanni della vita, c’è chi sente Dio negli uomini (e questo è il vero religioso). Per far sì che un popolo si unisca in nome di una religione è necessaria la guerra. Quando tutti sono uniti per combattere popoli di religione diversa, non c’è più il non praticante o l’estremista, c’è unione, in nome di un dio che non esiste e che questi stessi uomini si sono creati, ma c’è unione. Quando un terrorista semina sangue, non può farlo in nome di un dio, perché non c’è alcun dio che chiederebbe questo ai suoi figli, ma lo fa in nome personale, perché attraverso quest'atto passerà alla storia. L’ego subentra anche in momenti in cui ci vorrebbe fratellanza e amore. Così come un assassino uccide per finire in prima pagina, allo stesso modo chi si uccide pensa di passare alla storia per un grande atto di onore e gloria. Non sa di essere stato strumentalizzato da chi ha di mira solo il potere. L’odio genera odio, il sangue genera sangue. Solo il perdono potrebbe far terminare le guerre e di fatto a questo si dovrà arrivare per interrompere la ruota karmica dei popoli. Ma la consapevolezza del perdono è ancora lontana al momento.

A: Vale lo stesso tra persone? Ovvero quando due persone hanno un diverbio o un litigio, magari non pensano all’altro come ad un “fratello” o ad innalzare il pensiero spiritualmente. E una terza persona cosa potrebbe fare per aiutare? Rapportato alla guerra, il singolo o la nazione spettatrice cosa può fare?


J: Avete colto nel centro. Vale lo stesso tra persone. Quando siete impegnati nei conflitti personali perdete di vista il compito generale della vostra coppia e non innalzate le vostre vibrazioni, al contrario le abbassate. Una terza persona può avere un atteggiamento di “risveglio”, ma il suo ruolo è molto delicato. Innanzi tutto dovrebbe essere chiamata. Così come gli angeli non possono agire sul libero arbitrio di una persona, allo stesso modo un terzo non può agire sul libero arbitrio di una coppia che litiga. E lo stesso vale per una nazione spettatrice. Però mettiamo il caso della coppia che sta litigando, mentre è presente a poca distanza una terza persona, neutra. Ovvero estranea ai due. Non amica (alleata) di uno o dell’altro. In questo caso la persona dovrebbe prendere contatto con la coppia, intromettersi o “introdursi” nella conversazione. Può farlo? In genere nessuno lo fa,  a meno che non esistano situazioni pericolose e anche in quel caso molte persone si guardano bene dal farlo.
Però l’intervento della terza persona potrebbe essere risolutivo se questa avesse la capacità di essere assolutamente neutra e al di sopra delle parti. Potrebbe infatti far vedere ai due le rispettive dinamiche. Ma… deve essere chiamata a farlo.
Non può e non deve intervenire se non è chiamata. Nel caso di nazioni non esiste una “neutralità”, ci sono alleanze, complicità, c’è chi vende le armi sia ad una parte che all’altra, c’è chi spera in una vittoria per trarne benefici.
Il singolo individuo (non la nazione) attualmente può fare molto non per fare cessare la guerra, ma per equilibrare il mondo. Ovvero se l’individuo crea “aggregazione” e solidarietà per combattere chi vuole la guerra con la pace, crea due situazioni positive: solidarietà o unione tra uomini di pace e vibrazioni di pace nel pianeta.
Quindi il singolo può partecipare a marce per la pace, a serate di pace, a conferenze sulla pace, a incontri di meditazione sulla pace, ma soprattutto deve diventare egli stesso un uomo di pace, perché se non è in equilibrio interiore sintonizzato con la pace, non potrà dare l’esempio ed egli stesso diverrà uomo di guerra.

A: Allora creiamo le nostre “guerre” personali o di popoli per sentirci uniti? Quanto sono importanti i nostri pensieri “contro”? Ovvero se io faccio una marcia per la pace e nel frattempo penso che chi fa la guerra deve essere annientato, che vibrazione mando? Come si fa a diventare “uomini di pace”?

J: Sì, come ho detto prima, paradossalmente si fa la guerra per “unirsi”. A volte quando in una famiglia regna per troppo tempo una pace che non è di “buona qualità”, è meglio arrivare ad una guerra per risvegliare il sentimento di unione. Cioè la pace reale è fatta di attenzione all’altro, di consapevolezza delle esigenze dell’altro, di amore per l’altro. La pace reale segue la regola aurea: “Non fare all’altro ciò che non vuoi sia fatto a te o fai all’altro ciò che vuoi sia fatto a te”. C’è una pace fittizia, fatta di menefreghismo, di “vivi e lascia vivere” che al contrario non unisce ma divide. In questo caso un risveglio dato da una guerra è positivo. Intendo una guerra come litigio. A volte quando ci si pesta un piede e subito ci si chiede scusa, si evita un conflitto molto più grande in un futuro.
La famiglia, la coppia è un piccolo nucleo mentre la nazione è un grande nucleo, ma le dinamiche possono essere simili.
Quando in una coppia si vive insieme, ma ognuno segue i suoi affari senza dare importanza alle esigenze dell’altro, si crea indifferenza e l’indifferenza non è unione. Lo stesso vale in una nazione, quando ogni membro di una nazione agisce per sé non può esserci unione. A questo punto è meglio arrivare ad uno scontro-confronto per creare nuovamente solidarietà. Nella famiglia a volte lo scontro avviene da una situazione apparentemente esterna alla coppia, può trattarsi di una terza persona (figli, suoceri, amico-a, ecc.) nella nazione lo “sgarbo” avviene da un altro popolo (un’invasione di un territorio, un rapimento, una religione). Ma il risultato è lo stesso.
Dove c’è mancanza di interesse comune, dove ognuno persegue il proprio egoismo, dove è più importante l’individualità dell’unione, c’è guerra al fine di unire.

Come si diventa uomini di pace?
Scegliendo sempre la pace. Sì, lo so non è facile, ma per farlo c’è bisogno di continua attenzione e consapevolezza. Prima di tutto del pensiero. Il pensiero non è necessario che sia sempre positivo (non è possibile fino a che non c’è pace dentro), ma è importante che sia di “unione”. La pace passa per l’unione, dove c’è separazione non può esserci pace. Se vuoi controllare il tuo pensiero per divenire un uomo di pace devi ragionare in termini di unione e mai di separazione. Ciò non vuol dire non “schierarsi” contro ciò che non è bene, non vuol dire non prendere posizioni, non vuol dire perdere i propri diritti. Ma vuol dire entrare in consapevolezza dei nostri atti, delle nostre azioni e dei nostri pensieri e capire se dividono o uniscono.

A: La frase “Se vuoi la pace difendi la vita” come si può intendere?

J: Se la pace è unione, la pace è vita. La vita va difesa ma a tutti i livelli. Va difesa prima di tutto la “qualità” della vita. Se per vita intendiamo sopraffazione, dolore, sofferenza inflitta agli altri esseri umani, non la si può considerare tale. “Difendere la vita” vuol dire aiutare gli altri che non hanno una buona qualità di vita ad averla. Ad esempio i volontari fanno un percorso per “migliorare la qualità della vita di chi soffre”, questo vuol dire difendere la vita. La vita va vissuta bene, è diritto di ogni essere umano di avere la migliore vita possibile. Solo nella pace e nella gioia si può arrivare a innalzare il proprio animo e a evolversi. Non ci si evolve solo nel dolore e nella sofferenza. Il dolore quando è forte richiede di essere risolto.
La vita va difesa non solo dal punto di vista di “preservata”, ma anche dal punto di vista della qualità. Ogni persona è responsabile della propria vita, ma anche di quella delle persone che ama. Se tu non fai vivere una buona qualità di vita alle persone che ti stanno vicino, tu non difendi la loro vita. Difendere vuol dire “proteggere”, la vita va protetta, protetta dallo sprecarla e protetta dalla sofferenza. Per ogni essere umano che avrai protetto e al quale avrai donato anche solo un attimo di vita migliore, tu avrai salvato la sua vita.

A: Perché “salvato”?

J: La salvezza cosa significa? Significa uscire da un pericolo. Quando la qualità della vita di una persona è poco buona, questa persona corre un pericolo di rifiuto della vita stessa. Ci sono innumerevoli casi di depressione oggi nel mondo, la depressione è il “male oscuro” è il male che porta alla morte anzitempo. Porta al buio che è contrapposto alla luce. Quando l’uomo entra in uno stato di disperazione assoluta rifiuta la vita. Se tu vuoi difendere la vita devi aiutare quest’uomo a salvarla. Un uomo di pace, anche se non fa apparentemente nulla di eclatante per difendere la pace, di fatto la porta dentro di sé e con uno sguardo, una parola, un gesto o un’azione, unisce.
Un altro dei mali di questi tempi è la solitudine. La guerra toglie la solitudine, la guerra unisce creando solidarietà.
Oggi un uomo può essere ucciso sotto lo sguardo di gente che non fa niente per salvarlo. Ma se domani quella stessa gente è in guerra, si batterà per difendere quell’uomo.
Un uomo di pace unisce e portando unione toglie la solitudine.
Ci vogliono caratteristiche particolari però, come abbiamo detto prima, non è facile essere uomini di pace. Per prima cosa si richiede una mancanza di interesse personale e un interesse più generale all’amore universale.
Ma a questo ci si arriva per gradi.
Il primo grado è la consapevolezza di non dividere e di unire. Ciò che divide porta guerra, ciò che unisce porta pace.

A: A proposito del “Fai agli altri ciò che vuoi sia fatto a te”, come la mettiamo con le diverse preferenze, principi, idee?

J: a volte mi diverte vedere come fate presto a complicare cose semplici. Ho parlato di “fare”, ovvero di azioni. Tu vorresti essere ucciso? Vorresti essere maltrattato? Vorresti essere ignorato? Vorresti essere abbandonato? Perché complicate ciò che è così facile? Fate agli altri ciò che voi volete! Quindi fai ciò che vuoi che un altro faccia a te!
Se vuoi libertà lascia libero, se vuoi comprensione comprendi, se vuoi unione unisci, se vuoi pace, dai pace. Per primo!
Se l’altro reagisce ad un tuo atto di pace, vuol dire che la pace che offrivi non era reale, ma che perseguivi un tuo interesse, era una “pace manipolatoria”.
Se vuoi amore dai amore. Se vuoi attenzione dai attenzione.
Quando l’altro reagisce male a questo c’è un nodo da risolvere e va risolto. Tenendo però sempre presente la consapevolezza di unire e mai di dividere.
Se in una coppia le cose non vanno bene e uno dei due o ambedue sono convinti di aver fatto tutto il possibile, se ambedue vogliono l’unione andranno oltre il possibile, fino ad arrivare all’impossibile. A quel punto i loro interessi si devono innalzare e uscire dai rispettivi egoismi per andare oltre, verso una meta molto più alta.

A: C’è differenza tra “fare” e “volere”? Ad esempio io posso volere la pace, ma non essere capace di farla, agirla e lo stesso vale per la libertà o altro. Quindi quando si dice “fai o non fai agli altri” si intende come una azione vera e propria o anche ciò che si vuole?

J: Sì, c’è differenza tra volere e fare. Non sempre la volontà diventa azione. La volontà può anche essere un desiderio e per farlo divenire azione occorre prima esserne consapevoli, poi agire perché diventi reale.
Tu puoi volere qualcosa ma non essere capace di farla. La regola aurea dice: “Fai agli altri ciò che vuoi sia fatto a te”, è una regola importante che prevede che prima ci sia stato un pensiero, una volontà e che poi entrambi siano stati trasformati in azione.
Tutti agiamo d’istinto per soddisfare prima le nostre necessità al di là di ciò che veramente vogliamo che ci venga fatto.
Ci sono azioni che facciamo che non vorremmo affatto ci venissero fatte, ma le facciamo noi agli altri.
Tra il volere e il fare poi ci sono abissi. Vogliamo qualcosa, ma noi stessi ne facciamo un’altra.
Il male nelle comunicazioni e nelle relazioni sta proprio in questo. Non poniamo l’attenzione a ciò che facciamo e se ciò che facciamo vorremmo che gli altri lo facessero a noi.
Se lo facciamo però, anche se l’altro non è soddisfatto, la nostra coscienza è a posto, se non vi è alcun egoismo personale e stiamo bene comunque.
Ma, siamo scevri da egoismo personale quando facciamo o vogliamo qualcosa?

A: Pensiamo che l’azione possa essere più o meno controllata dalla volontà e che la volontà possa essere più o meno controllata dall’egoismo. Per “fare agli altri…”  e non solo, ci vorrebbe più consapevolezza.
Ci parli della consapevolezza?


J: Qui sta la chiave Con-sapere = “sapere con” cioè sapere con la nostra parte divina. Quella che sa ciò che è giusto per la nostra evoluzione.
La consapevolezza parte dal profondo di noi  e ci fa rendere conto se ciò che stiamo facendo è più o meno “sano”
Come si acquisisce? E’ direttamente proporzionale alla conoscenza di noi stessi.
Più ci si conosce e maggiore è la consapevolezza. Più ci si interroga e più ci si conosce. La conoscenza deriva da una curiosità. Sono curioso perché voglio sapere, mi interrogo, come voi state interrogando me, per sapere.
In ogni essere umano c’è tutta la conoscenza, ora state parlando con me, ma io sono in voi. In ognuno di voi. Non sto dicendo cose che non sapete, solo che stanno emergendo dal profondo di voi perché glielo state permettendo.
Allora come fare per sviluppare la consapevolezza?
Per prima cosa partite dall’osservazione di voi stessi, dei vostri pensieri e dei vostri comportamenti.
Non fate sì che un’azione anche stupida sia agita d’istinto, ma pensando: “Faccio agli altri… Non faccio agli altri...?”.
In questo tenete però conto non solo di voi stessi, ma portate anche l’attenzione all’altro e alla sua crescita.
Più sarete consapevoli di unire e più sarete nella retta direzione. Più create divisioni più vi allontanate dalla retta direzione.
Fate attenzione alle esperienze che vi capitano, analizzatele e chiedetevi cosa dovevate imparare da quanto vi è accaduto. Unitevi a persone o amici che abbiano le vostre stesse affinità. Se ad esempio state percorrendo un sentiero di consapevolezza e ricerca del vostro vero Sé, unitevi ad amici che fanno la stessa cosa. Sarete molto più forti e vi farete da specchio gli uni con gli altri, segnalandovi la mancanza di consapevolezza o di coerenza in una azione.
Quando si intraprende un cammino di ricerca, è importante che vi sia una guida, seguitela. Fate esperienza e seguite una guida.
Non lasciate che da questo percorso vi si tiri fuori, vi si distolga, perché rischiate di perdere quanto avete acquisito e dovrete ricominciare a camminare di nuovo.

A: Poniamo che ad una persona vada bene uscire dalle convenzioni e agisca in questa maniera consapevolmente, dicendosi: “A me sta bene non osservare le convenzioni, quindi io non le rispetto e mi va bene che anche il mio compagno o la mia compagna non le osservi”, mentre la compagna o il compagno invece voglia che le convenzioni siano rispettate.
In questo caso il primo si è chiesto “faccio o non faccio ciò che …”, ma ha causato un disagio al compagno/a che non la pensa così. Come funziona in questo caso?


J: E’ nuovamente un discorso di consapevolezza. La consapevolezza comprende il mio mondo, ma anche il mondo della persona con la quale vivo e che devo rispettare. Se io mi conosco, va bene, ma se vivo con qualcuno devo conoscere anche i desideri, i valori o le convenzioni dell’altra persona e se ho scelto di stare con le/lui devo rispettarle. Con consapevolezza si può trovare una maniera per non creare disagio. Se un uomo sposato va a trovare una donna single, o viceversa, deve prima accertarsi di creare una situazione di unione nella sua coppia. Se il partner non è contento lui/lei può andare a trovare un amica/o, ma crea disagio e disunione. Diverso è se l’altro è d’accordo. Non si tratta di convenzioni, ma di accordi. Le convenzioni non sono leggi universali, le fanno gli uomini e come tali possono essere o meno infrante o rispettate. Ma ciò che non può essere infranto è il rapporto per seguire qualcosa che sta bene solo a noi.
In questo caso subentra anche la fiducia, subentra la sincerità, ci sono tanti fattori da tenere presenti. Se si crea un litigio è perché ci sono dei nodi da sciogliere e che non riguardano solo la situazione contingente, ma tutto il rapporto stesso. Allora la situazione contingente agisce da mezzo per creare la guerra affinché si ricrei l’unione che mancava. Ma l’unione mancava già prima della situazione che si è creata. Ovvero prima che lui o lei decidessero di incontrare la terza persona. In questo caso è inconsapevole lui o lei ad andare a trovare l’amica/o mentre c’è disunione nella sua coppia ed è inconsapevole lui o lei che crea la lite o vieta l’azione perché è inconsapevole che tra loro manca l’unione. La situazione ha creato il disaccordo che però era necessario perché di base si era persa l’unione.

postato da: creaturaceleste alle ore 01:13 | link | commenti
categorie: pace, guerra, consapevolezza
lunedì, 31 luglio 2006

Jez0006 - Il libero arbitrio

A: Quando vediamo qualcuno che secondo noi sta commettendo un errore e vogliamo evitare che accadano dei danni, siamo tentati di “forzare” quel qualcuno affinché egli faccia o non faccia qualcosa. E' bene, e fino a che punto, questo "forzare"? Ci puoi dire qualcosa?

J: Volentieri. Vi parlo prima del “Libero arbitrio”, che è un dono dato da Dio agli esseri umani e che gli angeli non hanno. Solo gli esseri umani hanno il libero arbitrio e in ogni momento della loro esistenza possono scegliere le loro azioni. Questo fa sì che possano continuamente imparare. Se ad un uomo/donna è stata data la libertà di scelta, nessuno può forzarlo a fare cose che non ha liberamente scelto. Ma come si arriva a scegliere? Si arriva a scegliere attraverso una esperienza sensoriale. Ad esempio se io devo scegliere di percorrere un sentiero, mi avvio e mi guardo intorno percependo odori, rumori, e vivo man mano le sensazioni. Ad un certo punto arrivo ad un bivio. Le strade che mi si presentano davanti all’apparenza sono perfettamente uguali. Non ho alcuna indicazione per sceglierne una o l’altra. Cosa faccio?
In quel momento subentrano fattori quali la mia educazione, il mio percorso precedente, il mio istinto, ecc. Ad esempio se nel mio passato c’è un’idea di politica, sceglierò un sentiero di “destra” o di “Sinistra” perché mi baserò su un’idea politica. Se a sinistra ci sono più prati posso pensare che è bello seguire il sentiero del prato, oppure se ci sono prati da ambedue le parti posso osservare il cielo e vedere se a sinistra ci sono nuvole a destra no, e così via. La mia scelta però sarà sempre influenzata da qualcosa. Come una sorta di “forzatura” interna a fare in un determinato modo. Poniamo che a quel punto arrivasse una persona e mi dicesse di andare a sinistra perché lì c’è il sentiero giusto per me. Io dovrei azionare la mente e fare alcuni ragionamenti:
  • perché me lo dice?
  • Posso fidarmi di questa persona?
  • E se avesse degli interessi particolari a dirmelo?
  • Cosa ci perdo se le do ragione?
  • No, voglio fare di testa mia, e “proprio” perché mi dice di andare  sinistra io proverò ad andare a destra.
Risultato?
Nessuno può forzarvi, la scelta è sempre la vostra!
Questo è assolutamente sicuro per ogni essere umano. Proprio perché avete il libero arbitrio.
Per assurdo, anche se quella persona vi puntasse un’arma avreste alcune facoltà:
  • farla ragionare;
  • scegliere di rischiare;
  • scegliere di morire;
  • e così via.
Diverso è il discorso degli angeli verso gli uomini. Noi abbiamo o avremmo il “potere” di forzarvi a fare cose attraverso il pensiero, ma non abbiamo il libero arbitrio e dobbiamo solo eseguire ordini. Possiamo fare tutto ciò che ci viene chiesto dall’energia divina, ma non abbiamo il potere di forzare mai il vostro libero arbitrio, in nessun caso, nemmeno in caso di morte.

A: Un angelo quindi, non “impone”, ma “propone/mette davanti”? E questo sarebbe auspicabile anche tra le persone?

J: Esatto. Un angelo quando ha un incarico verso un uomo/donna o verso una coppia-canale, come nel vostro caso, può solo “suggerire” o “far vedere” le “pietre gialle” del cammino ed evidenziarle a volte, ma niente altro.
Ovvero, se tu stai camminando e il tuo sguardo è rivolto al paesaggio o al cielo e la tua mente segue i suoi pensieri come una farfalla che vola, puoi non accorgerti che c’è un burrone davanti a te o una pietra grossa che può farti inciampare. In questo caso l’angelo ha due possibilità: se quella pietra o quel burrone tu avevi “precedentemente” scelto di incontrarla, l’angelo non può intervenire. Se da parte tua c’è solamente distrazione o mancanza di esperienza, l’angelo può far arrivare un animale di terra che ti porta l’attenzione con un rumore, un fruscio sul burrone o sulla pietra e ti evita di andarci dentro o di sbattere. Perché in quel caso non è funzionale al cammino che devi fare.  Quindi tu hai la possibilità di “vedere” ciò che prima non stavi vedendo e di scegliere…

Tra persone certamente sarebbe auspicabile che non ci fosse una “forzatura”, anche se poi di fatto abbiamo visto che non c’è (in quanto ognuno fa comunque la sua scelta), ma se invece di “imporre” il proprio punto di vista si suggerisse un comportamento o si “facesse vedere” il pericolo, poi l’altro affronterebbe la situazione tenendo conto (se si fida) del suggerimento dell’amico/genitore ecc..
Ovvero un genitore sa cosa è bene fare e un figlio non ancora. Riguardo allo studio, un genitore consapevole sa che è bene che il figlio allarghi la sua mente, che studi non per un voto, ma per se stesso, che abbia passioni, interessi, opportunità varie. Ma a volte un genitore (che può farlo perché superiore al figlio anche come potere) impone una scelta al figlio e questo sceglie sempre di testa sua, ma magari impedendosi altre possibilità o sceglie di “mala voglia”. In questo caso l’apprendimento c’è, ma ci sarebbe potuto essere anche se fosse stato posto subito come scelta.
Faccio un esempio:
il genitore sa che imparare a suonare uno strumento può essere utile al figlio e a 4-5 anni lo “obbliga” a prendere lezioni di pianoforte, senza che il bambino/a abbia manifestato questa esigenza. Il bambino forse da grande gliene sarà grato, forse a 12 anni si rifiuterà per sempre di suonare. L’esperienza del suonare la fa, ma non come avrebbe potuto farla. E’ vero che il bambino anche se piccolo può imporsi e non suonare, ma è diverso se il genitore dice al bambino: “Vieni ti faccio vedere come è interessante uno strumento, senti questo è un pianoforte, senti, questo è un violino, questo è un flauto, ecc… Ti attrae? Ti piacerebbe suonarlo? Se pensi che ti piacerebbe possiamo “divertirci” e fare questo gioco per un po’…” Ovvero ha offerto al bambino una serie di stimoli e il bambino ha una possibilità vasta di scelta. Magari dice di no a 4 anni, ma poi a 6 si ricorderà e dirà di sì. Oppure lo farà a 20-40 anni. Non importa.

In un altro caso il genitore darà degli esempi direttamente di educazione, di fedeltà con il partner, di valori, principi e il bambino attraverso quegli esempi crescerà. Ma in quel caso il genitore a sua volta dovrebbe essere consapevole e avere “sani principi”.
In altri casi per esempio se il figlio adolescente sceglie di uscire con “cattive compagnie” cosa può fare il genitore?
  • chiuderlo a casa;
  • parlargli e fargli vedere le diverse opportunità di “altre” amicizie;
  • ascoltarlo;
  • dargli fiducia;
  • pregare;
  • ecc.
In ogni caso sia il ragazzo, sia il genitore stanno facendo continue scelte.
Suggerire al ragazzo di non uscire con compagnie deleterie potrebbe essere una soluzione, ma potrebbe anche non essere quella giusta in quel momento. Perché a volte i ragazzi hanno bisogno di un “polso fermo” e di capire se i genitori tengono a loro. Quindi alle volte anche il conflitto aperto potrebbe essere una scelta valida per “smuovere” una coscienza.
Anche se sarebbe sempre auspicabile mettere di fronte al ragazzo le proprie esperienze e lasciare che scelga lui. Però questo presuppone averlo “sempre” fatto. Non si può iniziare a farlo all’improvviso…
L’esperienza altrui va sempre valutata se si vuole “risparmiare tempo”. Nella crescita e nel metodo di apprendimento-insegnamento, se ci si avvale dell’esperienza di chi ha percorso già una strada, si risparmia tempo. E si fanno più passi avanti.
Se devo scalare una montagna o attraversare una foresta posso scegliere di farlo da solo con tutti i rischi e pericoli del caso e ci metto un tempo anche lungo se non so la strada per arrivare in vetta o alla radura. Ma se prendo una guida, faccio lo stesso l’esperienza, ma mi evito pericoli e la strada è quella giusta perché la guida c’è passata prima di me.
Anche in questo caso c’è la decisione di essere umili e affidarsi alla guida o di essere presuntuosi e pensare di saper fare tutto da soli.
E’ sempre una scelta.

A: Quanto vale l’esperienza fatta con la guida rispetto all’imparare a districarsi in certe situazioni? Ad esempio un conto è se voglio solo arrivare in vetta o alla radura, un conto è se voglio imparare a scalare montagne o attraversare foreste.

J: certo, ci sono due tipi di esperienze, esperienze solo cognitive ed esperienze che servono per renderci abili in una azione.
Se vuoi solo scalare una montagna e vedere l’effetto che fa arrivare in cima ad una vetta, scegli una guida che ti ci faccia arrivare superando poi da solo le asperità e provando le difficoltà dello scalare da solo, ma con accanto qualcuno che ti sa indicare dove ci sono burroni, qual è la via più breve o meno pericolosa e in caso di pericolo cosa fare.
Se vuoi scalare una montagna per imparare a tua volta a scalare le montagne, allora devi porti in condizione di colui che sta di fronte ad un insegnante. Chiedere “prima” quali sono i pericoli, chiedere una mappa della montagna, studiarla insieme alla guida, percorrere prima la strada con la guida e poi da solo e più e più volte.
La prima volta la percorri con la guida e ti fai indicare i pericoli e studi la mappa e prendi i punti di riferimento. La seconda volta vai con la guida (o se sei già abbastanza sicuro vai da solo) e fai attenzione da solo. Anche se ci fosse la guida le chiederesti di non intervenire se non dopo, per spiegarti gli errori che hai fatto. La terza volta vai da solo completamente perché oramai conosci la strada e i pericoli e anche se ti arrivassero imprevisti avresti imparato ad affrontarli perché ne hai fatto esperienza.
Se invece tu scali la montagna da solo senza nessuna guida puoi:
  •   metterci tanto tempo ma arrivarci lo stesso;
  •   puoi correre pericoli di vita e non arrivare mai;
  •   puoi farti spaventare da situazioni impreviste e fare danni alla natura;
  •   puoi accendere fuochi e creare incendi;
  •   puoi cadere in burroni.
Insomma nel migliore dei casi sei arrivato in cima con molto più tempo e non è detto che tu abbia imparato molto. Perché mentre dovevi capire che sentiero scegliere o che parete scalare, non avevi tempo di fermarti e segnare sulla mappa, mentre avevi freddo non avevi tempo di capire che intorno c’erano lupi e magari in quella zona non era bene tornarci. Insomma le variabili da tenere presente quando si va da soli sono troppe per farne esperienza immediata. Potrai poi farne esperienza quando tornerai una seconda o una terza volta, ma anche lì ci vorrà il doppio del tempo che se la prima o la seconda volta lo avessi fatto con una guida.
Proprio per questo esistono le persone che insegnano, che guidano, i maestri, le guide spirituali, i professionisti ecc.
Ad esempio, ancora, nel caso in cui tu debba affrontare un processo e tu sia in America (in Italia non è ancora possibile), tu puoi scegliere di difenderti da solo. Ma se non sei un avvocato, quante possibilità pensi di avere di vincere una causa?
Se hai un mal di testa o una malattia, puoi curarti da solo, ma quante possibilità hai che la malattia ti passi in un tempo breve rispetto al fatto che tu chiami o senti prima un medico?
Nel resto della vita nelle relazioni, nelle comunicazioni è sempre lo stesso.
Il genitore ha più esperienza del figlio, il maestro ha più esperienza dell’alunno.
L’esperienza va fatta in prima persona, ma se si è “furbi” si risparmia tempo e strada.

A: Il detto: “Molto potere a chi non lo usa” e il capitolo sul “Re” del “Piccolo Principe” hanno una relazione con quanto detto circa il libero arbitrio o circa il “forzare/non forzare”?


J: Per quanto riguarda gli angeli è vero abbiamo molto potere, ma lo usiamo quando ci viene ordinato. Ci sono, nella vita degli esseri umani, invece persone che hanno grandi doni/talenti e anche grande potere e, o non li usano, o li usano male.
Forse non ricordate più quanto abbiamo detto già precedentemente. I “doni/talenti” non vengono affidati agli uomini per “bontà divina”, ma per un loro percorso karmico. Quando un uomo nasce non ricorda però il suo passato, quindi si trova con doni particolari e può scegliere come usarli e cosa farne. Lo vediamo in molti casi nella vita di ogni giorno e nella stria degli uomini.
Poi ci sono poteri che vengono dati dall’energia divina, e questi sono i doni cosmici. Vi ricordate? Ne abbiamo parlato
Quando si è “scelti” per un compito particolare, come ad esempio nel vostro caso, vi è stato dato il potere di mettervi in contatto con me. Non è un potere che hanno tutti. Se ne abusate, vi verrà tolto.
Abusarne vuol dire “usare il potere dato dall’energia divina, fuori dai compiti che sono stati assegnati”.
Se una guida si mette in contatto con un canale, spiega a questo il compito che devono svolgere insieme. Come ho fatto io con voi. Fuori da questo compito non dovreste uscire. Avete la scelta di farlo, ma se uscite il potere vi viene tolto, perché non è un potere umano.
Quindi qualunque modo usiate per abusare (a fini di gloria personale, a fini economici, a fini di usare le menti altrui, a fini fuori da quanto vi è stato chiesto) non andrà bene.
Mentre nel mondo degli angeli ci sono regole precise e dobbiamo aspettare ordini o dall’energia divina o dagli uomini. Nel caso degli uomini il libero arbitrio permette di avere sempre una ampiezza di scelta. Ma anche l’uomo non può scegliere quando fare avvenire un tramonto (eheheh!).
Circa il “forzare” non si può forzare mai nulla, nemmeno gli eventi, tuttalpiù li si può favorire o si possono favorire le circostanze affinché un evento accada. Ma non si può fare accadere un evento se non lo si è scelto.
Mettiamo il caso delle catastrofi naturali. L’uomo ha “favorito” il crearsi della catastrofe, con il suo comportamento poco attento e poco ecologico, ma la catastrofe poi arriva quando l’uomo meno se lo aspetta…
L’uomo sta oscurando il sole e sta creando situazioni di disequilibrio tra caldo e freddo, succederanno cose in base alla sua scelta.

A: L'uomo sta oscurando il sole? Cosa intendi?


J: Nel senso che lo smog, i rifiuti, le emanazioni di gas stanno inquinando profondamente l’atmosfera. Ci sono pericoli per il pianeta, questo già ve lo dissi a suo tempo. Questi pericoli purtroppo stanno aumentando e non riusciamo a contenerli.
I pensieri poi ultimamente sono veramente deleteri e creano una cappa terribile. Ecco perché c’è bisogno di “disinfestatori” ovvero come li hai chiamati tu “portatori di gioia”. Il male oggi è la depressone e la depressone è il calare delle tenebre. C’è una mancanza di equilibrio al momento. La depressione supera la speranza. Non ancora di molto, ma è già preoccupante. Se poteste vedere la cappa che c’è sopra le città e non solo di smog, ma di pensieri negativi, sareste preoccupati anche voi.
Purtroppo però, con il libero arbitrio non si può agire e allora non ci resta che “canalizzare” e usare chi ha scelto, prima di venire sulla terra, di rendersi strumento per aiutare a liberare e ad equilibrare.

postato da: creaturaceleste alle ore 00:12 | link | commenti (5)
categorie: angeli, libero arbitrio
martedì, 01 agosto 2006

Jez0007 - Conoscenze, amicizie, karma

A: Ci puoi parlare di: conoscenze, quali da approfondire o mantenere; vere amicizie e come riconoscerle; amicizie che limitano.

J: partiamo da due punti di vista che vanno tenuti presenti sempre per quanto riguarda le amicizie o le conoscenze: entrambi devono essere evolutive, entrambi devono unire.
Quando teniamo presente che ogni incontro che avvenga nella vita di un essere umano e che abbia una continuità o un significato deve essere evolutivo per entrambi, allora capiamo perché un’amicizia che si possa definire tale deve essere particolarmente importante e che non è così facile trovarla.
Ci sono diversi detti sull’amicizia, qualcuno la paragona ad un tesoro e di fatto è così. Una vera amicizia è un tesoro perché racchiude in sé tante qualità che permettono all’anima di collegarsi con il Se infinito e di arricchirsi. Ci sono amicizie che si perpetuano anche vita dopo vita, ci sono amicizie che arricchiscono in questa vita e si concludono completando il ciclo.
Partiamo quindi dal capire chi poter definire “amico”. Abbiamo già detto che un amico è colui/colei con il quale abbiamo molte affinità. Un amico è uno specchio perché ci permette di vedere il nostro comportamento rispecchiato nell’altro e ci fa capire errori da correggere.
Ma da sola l’affinità non basterebbe a far durare nel tempo un’amicizia, da sola non completerebbe il ciclo per cui due amici si cono incontrati: la guarigione di entrambi.
Guarigione da prigioni individuali e guarigione da problemi irrisolti. Un amico è un confronto continuo e costante e un amico ha il compito di farci “vedere” ovvero di innalzare la nostra anima fino alle vette più alte.
Capirete quindi che trovare un amico così non è facile e nell’arco di una vita se ne incontrano ben pochi.
L’amico vero ha a cuore il bene dell’amico, un amico vero unisce e crea armonia. Ricordate che l’anima si evolve nell’armonia non nel contrasto. Un amico ho detto l’altra volta è quanto di più vicino ci sia ad un angelo. Sta accanto, non indica se non suggerendo, accetta e osserva ed è osservato. Non c’è sesso, non c’è giudizio, non c’è nulla che separi. Un amico è come un velo che sta sopra senza toccare, solo sfiorando.
Una conoscenza è invece diversa, una conoscenza, come ho detto, nasce da affinità specifiche e di solito si limita a quelle affinità. Può sì divenire amicizia, ma non è detto. Ben poche anzi pochissime buone conoscenze diventano amicizie.
Le conoscenze però sono incontri che non sono neanche essi casuali. Anche essi hanno per il periodo che durano uno scopo, devono far vedere qualcosa, capire qualcosa. Devono in poche parole “servire”. Se una conoscenza non è al servizio evolutivo di una persona, ha poca utilità. Una conoscenza può anche servire ad accrescere l’ego e in questo caso non è positiva. Ad esempio una conoscenza adulatoria, manipolatoria o separante non è positiva. Occorre saper riconoscere e scegliere con chi si vuole passare il proprio tempo. Ogni attimo che noi trascorriamo ha un valore e il suo valore è dato da come lo impieghiamo. Il fine ultimo di tutti gli esseri umani è quello di arrivare ad una meta che per tutti è uguale: la meta è rifondersi nella Luce iniziale.
Ogni conoscenza serve ad arrivare a questa meta o ad allontanarsene. Lo abbiamo scelto prima di venire sulla terra, ecco perché si parla di incontri karmici. Ci sono incontri che a noi sembrano positivi ma che non si rivelano tali.
Il metodo per capire se un incontro è positivo è sempre usando il metro che vi ho detto all’inizio: “Quanto questa relazione sta facendo crescere la mia anima, il mio spirito, la mia conoscenza universale?”. “Quanto mi sta aiutando a vivere al meglio la mia vita?”.
Vivere al meglio vuol dire vivere senza egoismi, vivere dando il giusto valore alla materia e allo spirito. Conoscenze che ti portano solo ad accrescere la materia non sono adatte al percorso evolutivo. Conoscenze che accrescono l’ego nemmeno. Se invece cresciamo è utile che si prosegua una conoscenza.
Una conoscenza che limita non è una buona conoscenza, un incontro abbiamo detto che potenzialmente può diventare un’amicizia e un’amicizia, abbiamo detto, è quanto di più simile all’incontro con un angelo che vi sia. Un angelo non può agire sul libero arbitrio e non può limitare, lo sapete. Un’amicizia o una conoscenza non può limitare o restringerebbe e chiuderebbe invece di aprire. Non è lo scopo di una relazione quella di chiudere. Mettersi in relazione vuol dire aprirsi all’altro e attraverso all’apertura all’altro aprirsi all’universo circostante. Se c’è una limitazione c’è una chiusura se c’è una limitazione c’è una separazione.
Ricordate quanto ho detto come premessa.

A: Se gli incontri sono comunque karmici come condurre quelli che sembrano negativi?


J: Quando incontri una persona al bar oppure al lavoro oppure in una chat o in un Blog, su che basi scegli di proseguire la conoscenza? Affinità. In linea di massima le persone si incontrano e si attirano per le affinità che hanno. I simpatici, gli sportivi, gli intellettuali, i romantici, e così via.
E questo è il primo approccio.
Le persone comuni che non hanno fatto un percorso di consapevolezza proseguono la conoscenza su queste basi e poi con il tempo definiscono “amico/a” una persona con cui sembrano star abbastanza bene e con cui condividono più attività.
Nel tempo subentreranno situazioni “karmiche” che metteranno queste persone di fronte a scelte, a situazioni più o meno difficili e allora il significato di quella relazione verrà a galla, in quel caso la conoscenza/amicizia si concluderà bene o male o si sanerà e proseguirà.
Questo quando non vi è consapevolezza.
Quando vi è consapevolezza sullo scopo di una conoscenza karmica o di una amicizia il percorso è diverso.
Si scelgono le persone sulla base che ho detto prima. Se una conoscenza si rivela negativa o separatoria, va guarita o abbandonata. Se è possibile guarirla dando l’insegnamento dell’apertura e dell’amore universale, lo si faccia. Se non è possibile perché l’altro non ha la capacità o l’evoluzione per poterlo fare, si lascia con semplicità, senza aspettare che la stessa crei danni maggiori. Una relazione karmica può creare danni se la si prosegue senza consapevolezza. E può essere pericoloso affrontarne i rischi senza sapere a cosa si va incontro. La cosa importante per chi è consapevole è mantenere sempre un atteggiamento sereno, amorevole, ma staccato.
Quando una relazione non crea serenità e agio non è una possibile amicizia. Quando una conoscenza crea da subito conflitti è una relazione karmica.
Ricordate quando ne abbiamo parlato per quanto riguardava la coppia? Karma ferma ecc.?
Lo stesso vale nelle relazioni. Ci sono relazioni che frenano l’evoluzione e portano a scendere invece che a salire. Un’amicizia è un rapporto sempre sereno, angelico. In un’amicizia che sia tale la sensazione è di pace, di conforto, di reciproca serenità.
Quando c’è in qualche modo una tensione, non c’è amicizia.
Ricordate quando vi avevo parlato delle Anime Gemelle e vi dissi che in un incontro di AG non c’è passione? E che la passione c’è solo nell’incontro karmico?
Ebbene lo stesso vale nell’amicizia, quando c’è una qualche “passione”, gelosia, invida, separazione, ingordigia (voglio l’amico tutto per me) o avidità (voglio sempre stare con questo amico/a perché ci sto bene), avarizia (questo amico è tutto per me e non lo divido con nessun altro). Beh, allora in questi casi si tratta di conoscenze karmiche. Che sono arrivate per farci capire i nostri limiti, i nostri difetti, i nostri vizi, ecc. Una volta che li abbiamo capiti però non serve proseguirle. Lo stesso vale di riflesso. Ovvero noi possiamo anche non avere ingordigia nell’amicizia o avarizia, ma se la vediamo nell’altro, la riconosciamo e tanto basta.
Quando vi parlai del tempo, ve ne parlai sempre in termini evolutivi. Un incontro karmico che prende energie e tempo più del dovuto ci ferma.

A: Si può “sentire”quando è ora di terminare una conoscenza o termina da sola?

J: Occorre consapevolezza, maggiore è la consapevolezza, maggiore è la capacità di capire quando proseguire o quanto proseguire una conoscenza. Se avete compreso l’importanza del percorso evolutivo dovreste essere già in grado di discernere quali conoscenze proseguire, quali iniziare. Altre domande da porsi sono: “Questa conoscenza dove mi sta portando? Cosa sto imparando e cosa sto dando? Cosa accresce in me questa conoscenza? Quali doti? Quali difetti sta migliorando in me? Perché questa conoscenza diventi un’amicizia cosa manca? Questa conoscenza mi crea disagio o mi crea serenità? L’ambiente intorno a me ne giova o ne patisce?”
Ecco dalla risposta a queste domande potrete capire se e quanto proseguire una conoscenza o se lasciarla pian piano decadere. Una conoscenza come un’amicizia, come un amore va “innaffiata” se non lo fate, decade.

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categorie: amicizia, karma
mercoledì, 02 agosto 2006

Jez0008 - Solitudine, gelosia, rapporti ambigui

A: Parlaci della solitudine nei rapporti virtuali e di come si può vedere la realtà come una lente deformante in base al contesto che sta vivendo.

J: Iniziamo a parlare della solitudine e poi mano a mano si aggiungeranno gli altri argomenti che possono essere correlati.
Oggi la solitudine è un male che affligge buona parte dell’umanità che “mangia”, ovvero l’umanità che non ha problemi contingenti quali la fame o la mancanza di un tetto sotto il quale vivere.
Possiamo dire che la solitudine e la paura dell’abbandono sono i problemi di questi anni e della società occidentale.
Internet in qualche modo aiuta a colmare questo vuoto esistenziale creando una rete di rapporti che permettono alcune volte di creare relazioni e anche coppie e conseguenti matrimoni o unioni.
Veniamo ora al punto della “lente deformante”, ovvero al fatto che se ho un bisogno impellente tutto il resto passa in secondo piano e la mia visione è deformata dal mio bisogno. Se ho molta fame posso immaginare di provare piacere a mangiare anche un pezzo di pane secco, se la mia fame è soddisfatta mi rivolgerò al dessert che mangerò più per “gola” che per reale bisogno. Se la mia fame è media, vorrò una cena o un pranzo medi. Oppure vorrò un pranzo luculliano se ho tanta fame e posso permettermelo.
Allo stesso modo, se da anni patisco la solitudine, se sono stato/a abbandonato e temo che lo stesso potrà nuovamente accadermi, se il desiderio di formare una coppia è grande, se il desiderio di formare una famiglia è urgente, io guarderò ai rapporti e alle conoscenze che incontro, siano esse in Internet, siano esse nella vita di tutti i giorni, come a “possibili partner”.
Se mi sento solo e mi iscrivo ad un club, sì, posso anche incontrare o accettare amicizie, ma il mio fine non è quello, se mi sono iscritto per cercare un partner.
Questo vale anche nel volontariato, a volte la motivazione per cui si entra in un’associazione di volontariato non ha nulla a che fare con il volontariato stesso e nemmeno con l’amicizia o meglio l’amicizia può sussistere come surrogato, ma solo fino a quando non si incontra l’amore o il partner che si pensa sia l’amore.
Quindi se lo scopo e il bisogno primario è quello di avere un partner, tutto il resto che c’è intorno è solo un surrogato del momento che però valuterò per vedere se è un possibile partner.
Se invece ho una relazione stabile e felice ed entro in un club, difficilmente entro in un club di single, ma magari entro in un club dove si pratica una qualche attività che mi è congeniale.
Cercano amici coloro che si sentono soli in linea di massima perché amici non ne hanno o perché hanno relazioni non soddisfacenti e cercano un diversivo che possa fare da sostituto di ciò che manca loro.
Come si vince la solitudine? Accettandola. Accettando di stare in silenzio con se stessi e comprendendo cosa veramente si vuole, proprio per evitare di cercare cose dove non ci sono o di illudersi cercando e trovando cose che realmente non si volevano.
In Internet ci sono molti mezzi per incontrarsi - comunità, chat, Blog, mailing list, gruppi, forum - e ognuna di queste a sua volta può essere dedicata e specifica.
Un Blog ad esempio, nasce per divertimento o per farsi conoscere o per mettersi in mostra o per far sapere che si esiste.
Chi ha un Blog può decidere di accrescere il numero di persone che lo frequentano dedicandovi molto tempo a curare le visite e i commenti. Oppure può decidere di tenere un diario personale dove non importa chi entra, oppure può ancora inserire post che non ha alcuna importanza che vengano commentati. Ma alla base dell’apertura di un Blog c’è una motivazione. Che può essere ovviamente diversa per ogni persona.
Se ad esempio apro un Blog per conoscere più facilmente persone in modo da creare una relazione prima o poi con qualcuno, avrò un dato comportamento: intanto sceglierò un tema che sia di interesse per l’altro sesso, poi userò la chat corrispondente o i messaggi privati e pian piano creerò quella rete che serve al mio scopo.
Se invece ho solo bisogno di vedere se quello che scrivo è piaciuto il mio atteggiamento sarà un altro e così via.
Diverso ancora è se mi inserisco in una chat di single. Oppure diverso ancora è se contatto persone io e cerco amicizie e così via.
Ognuna di queste persone poi, a sua volta interpreterà a seconda di quello che si era aspettato di trovare.
Ci sono però molte persone che non sono chiare nemmeno per se stesse. Ad esempio oggi è inflazionata la parola “amicizia” per indicare una relazione che poi di amichevole non avrà nulla o ben poco. Perché? Perché pochi hanno il coraggio di dirselo o di dirlo apertamente. C’è una sorta di pudore in alcuni casi che non fa dire: “Ecco, io sono qui perché mi sento sola/o e ho bisogno di un compagno/a”, è più facile dire: “Che bello siamo tutti amici…” ecc.
La gelosia è un campanello d’allarme. Come dicevamo in un’altra occasione, se l’amicizia è pura non c’è né potere, né sesso, né esclusività. Ma se il rapporto non  è chiaro, si creano tra due persone che si scrivono o si contattano attraverso un blog o attraverso una chat, dei rapporti che sono ambigui, si crea con l’altro una sorta di dipendenza e si idealizza la persona che sta all’altro capo del video, fino al punto da essere gelosi se questo ha contatti con altri (cosa peraltro assolutamente ovvia, visto che è in Internet proprio per quello). Il punto sta quindi nell’essere consapevoli di cosa si sta cercando e del perché lo si sta cercando proprio attraverso Internet.
Se una persona che ha un buon matrimonio e una bella famiglia trascorre ore in Internet a colloquiare con diversi interlocutori, senza avere uno scambio di crescita reciproco e trascurando la famiglia, deve chiedersi perché lo fa.
Se una donna cerca in Internet un compagno con cui sfogarsi, parlare, lamentarsi mentre ha un compagno accanto, a casa, deve chiedersi perché lo fa. E se una persona inizia una conoscenza o una relazione più lunga con qualcuno in Internet e poi scopre che questo ha contatti anche con altre persone e ne è gelosa, deve chiedersi perché.
La consapevolezza della solitudine anche quando si è accompagnati è importante. Non occorre solo essere single per sentirsi soli dentro e per sentire che chi ci sta accanto ci ignora.
Internet a volte però è la via più facile, si sceglie di uscire invece che guardarsi dentro e affrontare col partner il problema.
Internet è uno strumento ottimo se usato in maniera ottimale. Innanzi tutto non esclusivamente come unico strumento di conoscenza, e in secondo luogo in maniera come ho detto già ieri, selettiva sulla base del proprio livello evolutivo per imparare e insegnare reciprocamente e scambievolmente.

A: Cosa ci puoi dire a proposito delle gelosie o invidie che si sviluppano nell’ambiente internettiano e delle comunità? come si può affrontare la cosa?

J: Dipende da chi la affronta. Se io parlo a te come mio allievo ti dico di essere consapevole di cosa stai facendo e del perché lo stai facendo, come ho detto rispondendo alla domanda precedente. Se si tratta di persone che stanno già in questo ambiente ciò che posso suggerire loro è nuovamente la consapevolezza della motivazione che le porta a stabilire rapporti in Internet e se provano sensazioni quali l’invidia o la gelosia dovrebbero capire che non stanno portando avanti né una conoscenza, né un’amicizia ma un rapporto ambiguo.
Perché si porta avanti un rapporto ambiguo e quando un rapporto può definirsi “ambiguo”?
Un rapporto ambiguo è un rapporto che passa per essere una cosa mentre è un’altra. Ovvero si può definire ambiguo un rapporto in cui si desidera l’altra persona fisicamente o emozionalmente mentre ci si dice o si dice all’altro che per noi è “solo” un amico.
Quando si crea tale situazione?
Quando di fondo c’è una  mancanza nella nostra vita. Una mancanza di affetto o di attenzioni da parte di chi ci sta vicino, se siamo impegnati sentimentalmente, o una solitudine se siamo soli.
Il rapporto ambiguo è più comune in una situazione in cui uno dei due è impegnato oppure lo sono tutti e due.
Forse quello che è impegnato non vuol dirsi che si sente solo, trascurato, poco amato, poco desiderato e cerca nel contatto virtuale ciò che manca nel partner avendo in più la “sicurezza” che il tradimento resterà solo virtuale o a volte solo nelle mente.
Ma quando si è creata questa situazione si creano anche dipendenze, gelosie, invidie, paure, e così via. L’altro magari non saprà mai di ciò che si è provato oppure si troverà investito di una sorta di recriminazioni che non capisce da dove vengano. Oppure anche l’altro ha capito il gioco e ci sta, ora allontanandosi, ora avvicinandosi, nella classica schermaglia amorosa. Tutti e due si prendono in giro dicendosi di avere “solo” un’amicizia. Ma di fatto entrambi sanno o si negano il fatto che di amicizia nel loro rapporto c’è ben poco.
E questo se non ci sono rivelazioni esplicite ovviamente. Ovvero il rapporto rimane sempre con un qualcosa di “non detto”. Di non evidenziato apertamente. E’ l’eterno gioco della seduzione che gratifica chi si sente trascurato e non calcolato dal partner.
Difficilmente chi stabilisce questo genere di rapporti è esplicito già con se stesso, e si nega da solo l’evidenza.
Per “guarire” il primo passo è accettare l’evidenza e poi chiedersi, come dicevo prima, cosa si vuole ottenere.

A: Grazie Jezael.

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categorie: gelosia, solitudine, rapporti ambigui

Jez0009 - Amicizia, attaccamento, gelosia

Robix75 chiede: se una persona si accorge che in una relazione di cosiddetta "amicizia" in realtà ci mette attaccamento, egoismo, desiderio e quant'altro, ha la possibilità - accorgendosene appunto - di trasformare questa relazione in qualcosa di autentico? Se sì, quanto conta il saper dominare le pulsioni che si sono rilevate nel proprio atteggiamento? Sarebbe auspicabile una trasformazione di questa relazione oppure sarebbe meglio esaurirla per evitare atteggiamenti che per l'altra persona potrebbero risultare incomprensibili evitando quindi di coltivarla? Grazie.

J: Se in una relazione che dovrebbe essere di amicizia tu scopri in te sentimenti che nulla appunto hanno a che fare con l’amicizia, come prima cosa devi chiederti perché. Forse questa relazione è per te qualcos’altro, forse in questa relazione stai “investendo” considerandola una tua proprietà. Quindi il primo passo è il comprendere perché provi determinate pulsioni. Poi sì, il lavoro va fatto per eliminare quelle pulsioni, tuttavia non è così matematico. Non basta riconoscere ad esempio di essere gelosi per non esserlo più. E eliminare la conoscenza (l’altra persona) perché si provano determinate pulsioni non vorrebbe dire guarire. Allora il percorso sta nel lavorare per eliminare le pulsioni e per farlo occorre capire cosa le ha generate. La trasformazione della relazione può avvenire solo se la situazione cambia, altrimenti se le pulsioni rimangono e tu le reprimi, di fatto non si trasforma nulla.
Poniamo che in una relazione di amicizia tu provi attaccamento, che è il sentimento più comune in tutte le relazioni. Ti accorgi che se non senti, poniamo, il tuo amico tutti i giorni ti manca qualcosa, se non vi vedete tutti i sabati sera non sei soddisfatto, e così via.
Per primo punto devi essere consapevole che stai provando attaccamento.
Secondo punto devi iniziare a porti domande:
- perché se non lo sento mi manca? Forse perché è l’unico amico che ho? Forse perché solo con lui mi trovo così in perfetta sintonia? Forse perché mi sento compreso solo da lui? Forse perché il sentimento che provo per lui/lei è un sentimento più forte dell’amicizia?
- Perché se non lo vedo/la vedo mi manca? Forse perché anche in compagnia con lui/lei mi sento più forte, più spalleggiato, più sostenuto… Forse perché ho un ancora sicura qualunque cosa accada…

Alla luce delle risposte che ti dai, inizia a correggere le abitudini.
Le abitudini quando si instaurano sono veramente forti e poi cambiarle diventa difficile e faticoso.
Ma anche un attaccamento è dato da un’abitudine.
Quindi se, sei abituato a sentire l’amico/a tutti i giorni, inizia a saltare un giorno, poi due. Se il sabato sera lo passate sempre insieme, inizia a trovare altre occasioni per passarlo con altri amici.
Fino a creare una nuova abitudine, quella di sentire il tuo amico/a quando veramente hai voglia di sentirlo, ma non per attaccamento/abitudine.

Se il sentimento è la gelosia le domande da farsi sono in un certo senso diverse:
- di cosa/chi sono geloso/a e perché? Forse ho bisogno di conferme, di attenzioni, di affetto e lo pretendo da questa persona. Forse me ne sto innamorando. Forse mi sento solo e in lui/lei vedo un’ancora di salvezza. Forse sono stato abbandonato e ho paura che chi mi ama o chi amo mi abbandoni.
- Cosa significa “gelosia” per me? Scambio per gelosia un sentimento di invidia? Invidio chi può avere tanti amici e io ne ho solo uno/a?

Anche qui, una volta che ho risposto a queste domande inizio a lavorare per cambiare il mio sentimento.
Se ho bisogno di affetto e attenzioni cerco di diversificare le persone da cui prenderli, per non caricare tutto il mio bisogno solo su un amico/a.
Se invece scopro che mi sto innamorando, cercherò di essere chiaro con me stesso e con l’altro e se il mio amore non può essere ricambiato mi allontano. Tanto non sarà possibile alcuna amicizia fino a quando c’è un desiderio amoroso.
Se mi sento solo, posso anche in questo caso diversificare le conoscenze, con l’amico con cui ho più affinità starò con maggiore piacere, ma nello stesso tempo cercherò anche altre conoscenze per svolgere altre attività, in modo da non caricare sull’amico il mio bisogno di vincere la solitudine.
Insomma occorre fare un lavoro di consapevolezza, ma anche di azione per vincere gli impulsi.
Solo quando si verifica che quegli impulsi sono vinti si potrà proseguire l’amicizia con serenità e reciproca crescita.

Nel caso che questi sentimenti invece li abbia nei vostri confronti il vostro amico/a invece potete fare ben poco. Non potete agire voi per lui/lei, potete solo chiarire i vostri sentimenti il più possibile e poi se le cose non cambiano per il bene di ambedue dovete allontanarvi. Rimanendo nella relazione non fareste che aumentare le pulsioni della persona che si dice amica. L’allontanamento potrà far capire all’amico/a cosa veramente prova e darà a lui/lei modo di “ridimensionarsi”. Se lo fa sarà cresciuto e l’amicizia non potrà che trarne giovamento, se non lo fa, gli farà bene allontanarsi da voi.

A: Da questo discorso ci sovvengono alcuni concetti: “usare il mondo (le persone) con leggerezza”, e “mantenere un equilibrio” nelle relazioni, facendo attenzione ai segnali che indicano quando si sta andando “fuori strada”…

J: Se per “leggerezza” intendi senza pesare e senza attaccarsi, sì, è proprio così. L’attaccamento priva della libertà chi lo prova e la persona verso cui è diretto. L’attaccamento sia alle persone che alle situazioni, in ogni caso, dal punto di vista evolutivo è frenante. Se proprio devo creare un attaccamento è meglio crearlo all’evoluzione. Così creo l’abitudine di rivolgermi a persone e situazioni che per me sono evolutivamente costruttive.
L’equilibrio è altamente auspicabile nelle relazioni, in quanto se creo situazioni di tensione, di disagio, aumento il karma o ne creo di nuovo e la ruota continua a girare inesorabilmente. I segnali di “fuori strada” sono dati appunto da situazioni in cui quella che si credeva un’amicizia si trasforma in un rapporto esclusivo e limitante, dà disagio, imbarazzo, giochi ambigui, recriminazioni, atteggiamenti di ripicca, piccole vendette o rimarcare di comportamenti. Insomma un’amicizia è come l’incontro tra due anime gemelle: tutto deve filare liscio, senza ambiguità, senza sottintesi, senza che se ti mando un bacio tu lo intenda come qualcosa di intimo e solo per te, senza che se ti dico “mi sei mancato” (cosa che peraltro è meglio non dire ad un amico) tu intenda che senza di te non posso vivere, senza giochi di seduzione: “mi chiami stasera? Stai con me? Ti sono mancato/a? Solo con te mi trovo bene… Ci sei solo tu per me in questo momento. Sei l’unico/a che mi capisce… ecc.
Tutto questo può andare bene per una coppia di innamorati o di sposi, ma non va bene per un’amicizia. E tutti questi sono segnali che vanno sentiti subito e troncati sul nascere.
Purtroppo in alcuni casi (e qui si crea la situazione di equivoco), se ci sentiamo soli o vulnerabili o bisognosi di affetto, quando l’amico ci lancia questi “ami” seduttivi, noi possiamo abboccare perché in quel momento ne abbiamo particolarmente bisogno e così si esce dall’equilibrio che normalmente si crea in una amicizia e si entra nel gioco seduttivo che con l’amicizia non ha nulla a che fare.
Sostanzialmente a voi che girate in Internet dico di fare attenzione a come vi ponete con le relazioni/conoscenze che incontrate, e come gli altri si pongono con voi. Se è solo amicizia che volete evitate abitudini ripetitive, evitate frasi particolarmente intime o seduttive, evitate di creare illusioni o false aspettative. Siate onesti con voi stessi e con l’altro sulle vostre reali intenzioni.
E se state intraprendendo un cammino spirituale, selezionate gli incontri dal punto di vista dell’insegnamento/apprendimento.
Ma di questo mi sembra di avere già parlato.

postato da: creaturaceleste alle ore 23:39 | link | commenti (2)
categorie: amicizia, gelosia, attaccamento